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Il più importante quotidiano finanziario d’Europa dedica oggi un inserto di dodici pagine alla “executive diversity”, ovvero alla diversità sessuale nel management, pubblicando una classifica insolita per un giornale che si occupa di economia e finanza: la graduatoria dei 50 manager LGBT (Lesbiche Gay Bisessuali Transgender) più bravi del mondo. Una decisione ispirata dall’obiettivo di riflettere su come sta cambiando, anche da questo punto di vista, il business britannico e internazionale, con l’intento di promuovere più inclusione e combattere la discriminazione. “Un manager dovrebbe essere considerato per come lavora, non per il suo orientamento o la sua identità sessuale”, afferma il quotidiano della City. Il ranking comprende manager di numerosi paesi, ma neanche un italiano.

Per quanto ci siano progressi in questo ambito, osserva uno degli articoli del supplemento, c’è ancora molta strada da fare. Ci sono ancora molti omosessuali, lesbiche, bisessuali e transessuali che si sentono costretti a tenere nascosto il proprio orientamento. Un sondaggio condotto lo scorso anno negli Stati Uniti fra circa 1000 dipendenti gay di grandi aziende indicava che più della metà preferivano non dichiarare la propria sessualità. In Gran Bretagna, il gruppo per i diritti dei gay Stonewall riporta che un terzo dei colletti bianchi preferisce mantenere nascosta la propria sessualità e un altro terzo la confida soltanto a un numero ristretto

di colleghi. Associazioni per la difesa dei diritti delle minoranze sessuali riferiscono di ricevere quotidianamente lamentele da parte di lavoratori per un linguaggio omofobico o discriminante sul posto di lavoro.

E se negli Stati Uniti quasi tutte le maggiori aziende hanno adottato misure per proteggere gay e transgender, in Giappone essere apertamente gay rimane un tabù e in India otto persone su dieci non se la sentono di dichiararsi gay per timore di bullismo e discriminazioni. Ma il passaggio di leggi sul matrimonio gay, in America, in Gran Bretagna e in altri paesi europei, potrebbe migliorare la situazione anche all’interno delle aziende.

La lista pubblicata dal Financial Times, dice lord Browne, l’ex-amministratore delegato delle Bp che è stato uno dei primi grandi manager britannici a dichiararsi omosessuale, non rimuove di per sé le barriere che esistono ma dimostrerà a gay e lesbiche che è possibile fare un “coming out”, cioè vivere apertamente la propria sessualità, e avere successo nel business. Al numero uno del ranking dei 50 manager LGBT c’è Antonio Simoes, capo del gigante bancario Hsbc in Gran Bretagna e responsabile delle vendite in Europa. Una delle tipiche domande che si trova costretto ad affrontare a cene di lavoro e convegni, racconta Simoes, è: “Che lavoro fa sua moglie?”, e ammette che “ci vuole coraggio nel rispondere”. In seconda posizione c’è una donna, Beth Brooke, vicepresidente della Ey, un network mondiale di servizi di contabilità. Al terzo Paul Reed, un super manager del colosso petrolifero Bp. In classifica figurano manager al vertice di alcune delle più importanti società mondiali, come Yahoo, Google e la Ibm. Ma tra i “top 50” segnalati dal Ft non c’è neanche un manager italiano.

(articolo tratto da Repubblica)